Il mondo dell’Università e della Ricerca è già da qualche tempo soggetto ad un processo di deterioramento senza precedenti in Occidente, dopo secoli, e subisce minacce pesanti indirizzate non contro la libertà di pensiero, apparentemente esaltata, ma contro il pensiero stesso. Più specificamente, ciò che questi assalti rischiano di far scomparire, forse definitivamente, è il rapporto umanistico con la cultura che è stato il fondamento dell’Università, una combinazione di obbligo e piacere tipica della conoscenza disinteressata delle opere d’arte e del pensiero, letterario, filosofico e scientifico.

Dissipiamo subito i sospetti che queste affermazioni introduttive non mancheranno di sollevare:

Il nostro obiettivo non è di vituperare l’età presente, di dolersi della perdita dei bei tempi andati e di denunciare l’inflazione informatica o la volgarità televisiva. Ognuno può pensarne quello che vuole.

Noi non sottovalutiamo assolutamente il fatto che la definizione di ciò che fa o deve far parte della cultura – la cultura delle donne o degli uomini cosiddetti colti – è ampiamente contingente e in gran parte variabile. Perché la storia del rock o della dinastia Ming non sarebbe altrettanto importante di quella della poesia inglese medievale o delle guerre di Luigi XI?

Non è più nelle nostre intenzioni difendere per principio e contro ogni riforma le istituzioni accademiche o di ricerca esistenti. La loro incapacità di reagire agli attacchi inauditi che vengono loro rivolti attesta a sufficienza proprio la loro rinuncia, che si trascina da anni, agli ideali della conoscenza umanistica universitaria, che esse non fanno neanche più finta di onorare.

Infine, nel parlare di un ideale della conoscenza umanistica noi non aspiriamo in modo particolare, come si potrà comprendere, all’insegnamento del greco, del latino o delle Belle Lettere. Vi è un rapporto colto e  umanistico con tutto il sapere, sia che si operi nell’ambito della fisica, della matematica, della filosofia, delle scienze umane o sociali, delle scienze economiche o gestionali, ecc. Così pure, quel che qui ci interessa non è enunciare che cosa debba far parte dei saperi generali legittimi, ma di affermare l’assoluta necessità che esistano dei saperi generali condivisi, e allo stesso tempo preservare e rivitalizzare un certo tipo di rapporto con la conoscenza, con la sua produzione e con la sua trasmissione. L’Università, l’Universitas  si è definita come tale per questa aspirazione ad una certa universalità del sapere. Non abbiamo alcuna esitazione nel definire “disinteressato” questo tipo di rapporto col sapere, indispensabile al pensiero e al funzionamento di una Università degna di questo nome. Che ovviamente non significa: “senza interesse”. Al contrario, i saperi disinteressati sono quelli ai quali si desidera accedere o che si intendono trasmettere perché sono una fonte intrinseca di piacere, di stupore, di passione, di eccitazione o di meraviglia. Dunque, i più interessanti. O quelli che ciascuno deve acquisire per divenire pienamente cittadino del suo tempo, e attore sociale a pieno titolo. Dissipiamo un altro possibile equivoco. Difendere un ideale di conoscenza disinteressata non vuol dire che non occorra preoccuparsi degli sbocchi professionali degli studi accademici o degli usi sociali e applicati della Ricerca, e tanto meno significa che non si debba fare spazio, anche molto importante, persino ancora più importante quantitativamente, per dei saperi immediatamente utili. Per converso, conviene resistere con tutti i mezzi alla dissoluzione dei saperi disinteressati o, piuttosto, della modalità e delle fasi disinteressate del sapere nella formazione professionale – o pseudo-professionale – e nelle conoscenze applicate o pseudo-pragmatiche.

Ma la minaccia principale che pesa oggigiorno sul pensiero non risiede principalmente in questa corsa sfrenata alla professionalizzazione dell’insegnamento universitario. Essa ha a che fare, ben più profondamente, con una specializzazione-professionalizzazione ormai deleteria non tanto della trasmissione quanto della produzione della conoscenza stessa. Il mondo dell’Università e della Ricerca è oggi entrato decisamente – e, almeno in apparenza,  inesorabilmente – nel terzo e forse ultimo stadio di un processo di de-culturazione della conoscenza cominciato più o meno una trentina d’anni fa e che può essere brevemente descritto come segue :

1. La separazione dei saperi. In una prima fase, divenne gradualmente possibile, poi più o meno consigliabile, entrare nei diversi campi disciplinari abbandonando la cultura generale di base, letteraria, storica o filosofica, accontentandosi di una padronanza talvolta approssimativa dell’italiano (o del francese, della lingua madre di questo o quel paese), mentre si ignorava con arroganza l’esistenza delle altre discipline. Era l’inizio dell’esplosione dei formalismi e dei gerghi disciplinari.

2. La frammentazione dei saperi. La seconda fase, tuttora in corso, è quella dell’intensificazione dei frazionamenti disciplinari. Ormai non sono più le discipline che si separano negandosi reciprocamente ogni substrato comune, ma le sottodiscipline o le sotto-sottodiscipline (così, per esempio, c’è una miriade di scuole di matematica finanziaria, inaccessibili alla quasi-totalità degli economisti, coi risultati che conosciamo).

3. La parcellizzazione dei saperi. La terza ondata, cominciata già da lungo tempo nei paesi di lingua inglese, ma che ora investe in pieno la Francia (e gli altri paesi occidentali, n.d.t.), è quella della riduzione dei sotto-saperi a segmenti di conoscenza a loro volta ridotti alla loro dimensione quantitativa. La competizione che si è scatenata su scala mondiale tra le Università o tra gli istituti di ricerca spinge tutti a lanciarsi in una campagna di marketing del loro valore, misurato in base al numero di articoli pubblicati – quasi esclusivamente in inglese –, in riviste rigidamente gerarchizzate, anch’esse su scala mondiale, e che, quasi meccanicamente, per il sol fatto che vengono classificate da esperti che giudicano degli esperti che giudicano altri esperti, ecc. (e indipendentemente dalla forte opacità che presiede alla loro gerarchizzazione) tendono a valorizzare le formulazioni più specialistiche e più conformi con il sotto-gergo sotto-disciplinare in vigore. Questa razionalizzazione, che dovrebbe permettere di automatizzare la valutazione dei professori e dei ricercatori da parte dei finanziatori privati o pubblici, sta producendo quattro risultati davvero impressionanti:

a) Vale di più scrivere alcune righe, anche insipide, in una rivista ben quotata anziché parecchi articoli affascinanti e innovativi in riviste che lo sono meno. Quanto allo scrivere libri, è la prova ormai di un’incapacità palese alla ricerca, che non fa ancora perdere punti, ma quasi, e in ogni caso non ne aggiunge affatto.

b) Nelle commissioni di reclutamento o di promozione, nessuno più ha bisogno di leggere la produzione dei colleghi, poiché il loro valore è stato già determinato «obiettivamente».
c) Questa evoluzione è strettamente legata ad una dinamica di privatizzazione generalizzata del sapere che nelle scienze della natura conduce ad affiggere dei brevetti su ogni frammento di conoscenza identificabile, e nelle scienze umane e sociali ad imporre alle biblioteche, a discapito del libro, l’acquisto delle riviste meglio classificate, i cui abbonamenti raggiungono tariffe davvero proibitive.

d) Questa deriva, di per sé molto problematica nei paesi di lingua e di cultura inglese, lo è ancora di più in tutti quei paesi – e questo è particolarmente vero in Italia (o in Francia ) – in cui la ricchezza del pensiero e dell’immaginazione teorica era intimamente legata, in misura variabile a seconda delle discipline, alla densità di una tradizione culturale e alla padronanza delle sfumature della lingua. Perciò, l’obbligo di scrivere in inglese appare come un’ingiunzione ad abbandonare ogni esprit de finesse.
Insomma, il mondo del sapere sta per diventare un campo in cui non si scrive più rivolgendosi a qualche interlocutore, in cui ciò che viene scritto non è più letto da nessuno (salvo gli anonimi referees delle riviste ben accorsate) e in cui il sapere non è più considerato come un bene comune dell’umanità, ma solo come una fonte di profitto individuale, privato e/o istituzionale.
Come si vede, siamo di fronte ad un attacco frontale contro il pensiero, se per pensiero s’intende non solo l’attività computazionale o l’operazione più o meno meccanica di trarre le implicazioni dagli assiomi ammessi nell’ambito di un campo ben delimitato del sapere, ma al contempo l’immaginazione creatrice, il mettere alla prova le certezze disciplinari confrontandole con altri regimi discorsivi, e la capacità di ricondurre le conoscenze nuove alle intuizioni del senso comune inerenti ad una data cultura.

Che fare?
Ribadiamo ancora una volta che lo scopo della nostra denuncia dell’attuale situazione del sapere non è quello di criticare il principio della sua organizzazione disciplinare in quanto tale. Né è quello di fare appello ad un’improbabile e introvabile transdisciplinarità. Ma di fronte al grave rischio di declino del pensiero e di estinzione di tutta la tradizione della cultura, culla e vivaio dei valori democratici, la cerchia dei professori e dei ricercatori scomparsi (o in via di estinzione) decide di organizzarsi in una rete internazionale di complicità umanistica. I suoi membri s’impegnano, nei limiti del possibile, a fare di tutto:

per favorire, a parità di merito disciplinare o sotto-disciplinare, il reclutamento di professori o di ricercatori che non si limitino a dominare la struttura formale della propria disciplina, ma siano anche consapevoli della sua portata più vasta e sensibili alla sua articolazione con il sapere generale e, perché no, delle sue poste in gioco umane e sociali.

 per fare in modo che in ogni disciplina una parte del reclutamento sia istituzionalmente ed esplicitamente riservata a questa apertura generalista e/o interdisciplinare. È evidente che questa parte può variare a seconda delle discipline, per esempio da un quinto nelle scienze più “dure” alla metà nelle scienze umane e sociali.

Tutti i professori e i ricercatori che si riconoscono in questo obiettivo sono invitati a raccogliersi nel Circolo dei professori e ricercatori scomparsi (o in via di estinzione), la cui principale ambizione sarà anzitutto di esistere, e di consentire così ai suoi membri di conoscersi e riconoscersi, su scala mondiale, e attraverso tutte le discipline, come coloro che condividono la stessa concezione del sapere. All’inizio, basterà farsi conoscere su una lista elettronica pubblica. L’importante, infatti, sarà innanzitutto contarsi e fare massa per vedere su quali forze è possibile fare affidamento

In un secondo tempo, e se questa iniziativa incontrerà il successo atteso, sarà possibile elaborare delle procedure di legittimazione e di abilitazione dei professori e dei ricercatori al contempo complementari e in concorrenza con le procedure ufficiali attualmente in vigore.

PRIMI FIRMATARI

Olivier Beaud, Alain Caillé, Philippe Chanial, Jean-Pierre Dupuy, Olivier Favereau, Marcel Gauchet, Jacques Généreux, Jean-Claude Guillebaud, Bruno Karsenti, Philippe d’Iribarne, Dominique Méda, Edgar Morin, Pierre Musso, Gérard Pommier, Philippe Raynaud, Alain Touraine.

Per aderire a questo appello inviare una mail al seguente indirizzo e-mail: semperfilbari@gmail.com, indicando Nome, Cognome, Titolo ed Università di appartenenza